TACCHI A SPILLO E CUCINA…

Buongiorno a tutti e tutte,

dopo tanto tempo riscrivo ma sotto una veste un po’ diversa!

Chi ha detto che moda e cucina non possano andare di pari passo e magari anche con un pizzico di creatività, realizzare dei piatti eleganti e snob?!

Bhe ieri mi sono alzata con tante energie…vestita già per la serata con amici, immaginatemi, tacchi a spillo e mani in pasta!!! Ho preparato della pasta sfoglia il giorno prima e poi via a creare la ricetta che vado a dirvi per stupire i vostri amici, dopo un bel aperitivo gustandovi uno spritz.

Ricetta: strudel ai frutti rossi

INGREDIENTI

250 gr di frutti di bosco

150 gr di fragoline di bosco

2 mele rosate (MeLiNdA)

150 gr Granella nocciole

150 gr pinoli

250 ml latte parz. scremato

3 uova (solo rossi)

1 bacca di vaniglia (semi)

Zucchero a velo q. b.

Succo di 1 limone

Cannella in polevere

Preparazione: Stendete la pasta sfoglia, possibilmente rettangolare, su di un piano e ponetela in un tegame antiaderente o carta da forno. Spalmate la crema, strato sottile, precedentemente preparata in un pentolino con latte, tuorli d’uovo, vaniglia solo i semini interni, e vanillina e fatta cucinare per 10min.

In una scodella con sponde alte, mele tagliate a pezzetti sottili, i frutti rossi, la granella di nocciole, i pinoli, le fragoline, succo di un limone intero, mescolate e lasciate macerare un po’ col succo di limone.

Dopodiché aggiungete una spolverata di cannella, ma giusto un pizzico.

Dopo 5 minuti rimescolate il tutto e disponetelo sul foglio di pasta sfoglia dove avrete già spalmato la crema.

Chiudete a portafoglio lo strudel e sui lati fissate aiutandovi con una forchetta.

Spalmate la superfice con del tuorlo d’uovo aiutandovi con un pennello da cucina, un po’ come faceva Picasso sulle sue tele!!!

🙂

180′ forno ventilato sopra e sotto, per 15min.

Cotrollate che la superfice dello strudel diventi color caramello non più bruciata.

Fate raffreddare e servite dopo un’ora spolverandolo con dello zucchero a velo.

Presentatevi con shorts, tacchi a spillo, chioma fluente e questo dolce, e sarete i padroni della serata!!!

Buon weekend a tutti.

Barbara

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So please, please, please…LET ME “GET WHAT I WANT” this time..

Ciao a tutti,

dopo un periodo di silenzio e di impegni, questo articolo inizia con un titolo di una canzone molto dolce…So please, please, please LET ME GET WHAT I WANT this time.

Oggi è diventato un imperativo più che mai seguire i parametri della moda, quasi un castigo dove ci si inginocchia al cospetto di cio’ che è fashion e trendy. Sarebbe bello, quasi a dirlo, poter indossare qualsiasi cosa senza essere necessariamente giudicati, sentenziati su ciò che risulta essere non adeguato alla circostanza entro cui ci esponiamo, magari soltanto passeggiando per strada nelle nostra città.

Ma questo è un discorso assai lungo…ciò che non passerà mai di moda, sia lunga che corta, sia con balze o frange, a pieghe o con spacco, a campana o con volant, la gonna resterà sempre un must della moda.

Indumento, senza ombra di dubbio, femminile trova origine linguistica nel tardo latino con il termine “gunna” veste che copriva le gambe femminili e che si estendeva per tutta la lunghezza di esse; oltre ad essere ritenuto termine celtico utilizzato dapprima del 1321, ma come tutte le creazioni passate, si avvolge attorno ad esso un velo di mistero.

Se andiamo indietro nel tempo arrivando fino alle civiltà mesopotamiche, riscopriamo l’uso di questo indumento detto kaunakès, gonna a balze realizzata attraverso il vello degli ovini. In epoca egizia invece già troviamo la dualità di questo indumento volto non solo ad un pubblico femminile ma anche maschile come i gonnellini del faraone o skentis; greci e romani invece mischiavano le linee guida di una moda bisex, contrapposta a quella odierna volta a dare distinzione tra ciò che è femminile e ciò che risulta essere maschile, anche se a volte così non è.

La gonna diventa padrona di tanti palcoscenici nel corso della storia, fino al Rinascimento dove la tunica prende il suo posto per poi ridarle vigore alla fine del 1400 inizio del 1500 periodo in cui la veste femminile si compone di due tasselli fondamentali, corsetto e sottana.

La nobiltà dunque diventa portavoce di una nuova era, nuovo stile, realizzando gonnelloni ampi e con sottostrutture che impediscono movenze naturali alle povere malcapitate contesse o principesse che camminano goffe e rigide dinanzi alla corte e al popolo. Le sottostrutture di cui vi accennavo prima, erano delle vere e proprie strutture vertebrate posizionate all’interno dei gonnelloni, i cosiddetti “verdugali” da verdugos di origine spagnola appunto, sottogonne rigide di forme diverse: a ruota in Francia, a tamburo in Inghilterra a cono in Spagna.

Nella metà del 1600 si cerca di migliorare tali sottostrutture anchilosate e prive di elasticità, con gonnelloni più morbidi, cercando di eliminare l’asprezza di essi con armonicità e un tocco di grazia che porteranno sempre più al romanticismo di fiocchi e di gonne fruscianti al vento d’estate, rendendo il tutto idillico e poetico.

Nel 1672 arriva il termine francese jupe, nascita ufficiale della gonna che oggi noi ragazze sfoggiamo anche in versione mini… .

Da qui nasceranno tanti e tanti accessori da apporre alle gonne, belletti e artifici del “fashion antico”, come il sellino durante il 1700, sporgenza decorativa posta sulla parte posteriore degli abiti delle fanciulle. Nel 1820 la gonna ormai è regina della moda femminile e si impone con una struttura a campana detta crinoline, struttura rigida e resistente quasi a voler creare uno scrigno sotterraneo al gonnellone dove poter occultare tutti i pensieri più reconditi e oscuri o semplicemente una prova al delitto commesso a parole durante una conversazione spiacevole; per poi rivelare il segreto all’amante o al ciambellano, utile no?! Efficace direi!

Raggiunti gli anni 10′ del 1900, la moda della gonna viene ispirata dalle culture orientali, con linee più sciolte e assieme alla moda elitaria di Poiret si raggiungono forme più naturali e comode. Dobbiamo aspettare fino al primo dopoguerra per poter ammirare un grandioso cambiamento, dove le gonne, come oggi avverrebbe se erroneamente lavassimo una gonna di seta a 80°, mutano definitivamente il loro aspetto accorciandosi. Le gonne ora sono più comode, in versione anche di gonna a pantaloni,  per accompagnare una vita più dinamica e dare praticità alla giornata lavorativa.

Dopo la seconda guerra mondiale Coco Chanel propone un’immagine di donna nuova, una sorta di new look, forgiata dal “tailleur” giacchina e gonna in tinta, una formula che si rivelò perfetta al corpicino delle donne degli anni 40′ e 50′, un must oggi della modernità e della moda non solo di Chanel ma di tutti, per la sua semplicità ed eleganza.

Gli anni sessanta, anni di rivoluzione e cambiamenti, portano alla contestazione di un capo di abbigliamento che ha fatto la storia dei tempi, che ha segnato epoche, che ha cambiato radicalmente l’immagine femminile, a discapito di chi indossava quelle gonne che a volte troppo corte sono state frutto di protesta.

La sovversiva e rivoluzionaria minigonna di Mary Quant sarà il simbolo dell’emancipazione femminile durante gli anni 60′.

Passeremo dagli hippies, “i figli dei fiori”, con le loro gonne non più mini, ma ampie e lunghe, sfrangiate e arricciate, rievocando stili di culture lontane come indiane, africane, ecc, con una novità quella dei patchworks, fantasie stampate a mano, non lineari bensì colme di genuinità e creatività propria degli anni 60′. Per poi di nuovo vedere un cambiamento che porta ad avere uno stile unisex uomo/donna simile se non uguale con l’avvento dei jeans che però ve ne parlerò in un altro articolo.

Oggi la moda è in continua evoluzione, e da qualche anno a questa parte è più facile rilevare tendenze passate che si ripropongono ma con una verve artistica e creativa differente da quelle obsolete che permettevano di osare meno.

Oggi la gonna può essere indossata in tutte le sue versioni, in qualsiasi periodo dell’anno, fatta eccezione però a quelle che sono le prerogative di chi sceglie questo capo, poiché diciamola tutta, la gonna è sempre un indumento di grande femminilità se però chi la indossa può permetterselo e se chi lo fa, conduce il passo in maniera elegante e non volgare.

A questo proposito volevo dirvi che potete indossare voi tutte, qualsiasi cosa vi faccia sentire voi stesse, senza remore, e nessuno può o deve giudicare necessariamente se sia giusto o no, ciò che portate con degno e creatività diventa parte integrante di ciò che siete, l’essere nel senso più profondo. Ovvio che avere un occhio critico e attento, vi aiuterà a decidere qualcosa che si sposi meglio col vostro corpo, ma senza troppi castighi.

Il titolo di questo articolo fa riferimento ad una canzone degli anni 80′, i miei…. bhe permettetevi di prendere ciò che più desiderate adesso, questo è l’anno in cui prima ci siete voi…e poi gli altri, so pease, please, please let me “GET WHAT I WANT THIS TIME” .

Alla prossima amiche.skirts

Parigi e la moda… dans “La nuit parfaite”

paris for blogParigi risulta essere quello scrigno nel quale si racchiudono tutti i segreti più reconditi di quell’espressione cosi’ umana e opulenta che si descrive in un sola parola “moda”. Essa è il faro che si sprigiona nelle insicurezze della notte, irradiando la sua luce oltre confine, valicando le altre capitali europee come Londra, Milano e New York, trovando ispirazione da suoi innumerevoli “arrondissements“, come il Quartier Latino con i suoi colori vivaci o con Montmartre e la sua spiritualità, per non dimenticare la Parigi letteraria.

Rievocando il passato, si può affermare che la moda parigina è nata nelle grandi corti francesi, se si pensa al Re sole, o alla Regina Maria Antonietta. Quest’ultima donna di potere, ritenuta icona di bellezza, stile e moda, esercitò un ruolo molto importante nella società dall’ora, fu ammirata dai suoi contemporanei e considerata una delle donne più affascinanti dell’epoca (sec. XVIII). Il suo particolare gusto per gli abiti, gli accessori e le pettinature già stravaganti all’ora, riecheggiavano in tutta Europa, tanto da creare una corrente di pensiero e gusto seguita da una moltitudine di dame che imitavano la Regina. Così come lo stesso Re sole prima di Maria Antonietta, viene ricordato non solo come figura chiave a livello politico ma anche di stile, Luigi XIV, conosciuto come Re Sole, era amante dello stile barocco, uno stile al quanto bizzarro che stimolava meraviglia e stupore, eccessività nei dettagli e stravaganza. Poiché re doveva destare meraviglia ma anche rispetto, e perché non farlo attraverso l’apparenza, indossando abiti estrosi, ricchi di ornamenti che fossero degni della sua posizione sociale? Bene anche costui si fece portavoce di stile e eleganza, imponendo regole ferree che obbligavano i sudditi ad imitarlo ad hoc.

Credo che questo la dica lunga del perché Parigi e la Francia siano i custodi primari dell’eleganza e della Moda.

Nel XX secolo si affermeranno le grandi tendenze del fashion, tendenze che denunciano un cambiamento sociale messo in atto da una presa di coscienza che va al di là dell’apparenza e del voler apparire, una presa di coscienza che porta in grembo la lotta alle pari opportunità, nuove forme di espressione sociale come nel campo della musica.

Come disse una volta Yves Saint Laurent :

“La moda è uno stile di vita”, e i parigini ne sono la conferma: vivono, respirano e consumano moda. Dopo tutto, considerano la Francia la patria della moda, così come della cucina, e non si sentono minimamente sfiorati dalla concorrenza di Milano, Tokyo o New York. Ma in pochi sanno (o vogliono ammettere) che il creatore della haute couture così come viene intesa oggi è un inglese.

Con questa citazione si vuole rimarcare quell’idea pregiudizievole che a volte si ha con ciò che ci è dinanzi, restando ancorati al passato, alle nostalgie labili, cercando nell’apparenza e nell’apparire un rifugio alle nostre paure. Parigi risulta essere allora un riparo dalle stranezze e dalle insicurezze dell’animo umano in una notte oscura, anche se molti la giudicherebbero come proibita; in realtà Parigi racchiude dentro di sé un gran cuore, ispirazione principale di tanti artisti che si rivolgono a lei come Musa. Ed ecco perché i sentimenti traballano tra i vicoli di una città apparentemente instabile, dove l’eleganza e la moda sfilano parallele fino a raggiungere nella notte più oscura quella stabilità che solo la regina delle tendenze sa dare. Parigi versatile e dalle mille sfaccettature regala ispirazione a chiunque gliela chieda, come una giovane donna misteriosa s’interroga sui propri sentimenti lasciandosi accarezzare da un tubino nero a pois di Coco Chanel (1883-1971), “dans une nuit parfaite”.

Questa descrizione che vi faccio, risulta essere anche il preambolo di un brano chic e coinvolgente “LA NUIT PARFAITE” di Francesca Ber, cantante italiana, innamorata di Parigi e della moda contemporanea.

Quest’artista ci parla attraverso la sua voce calda e passionale di una città affascinante come lo era stata Maria Antonietta, dove chiunque resta ammaliato dinanzi cotanta bellezza ed eleganza.

Questa giovane cantante dotata di una notevole estensione vocale passa agilmente dalle sonorità italiane, a quelle delicate francesi rendendosi un’artista eclettica proprio come Parigi.

Da sempre amante della moda e del buon gusto, Francesca Ber sedotta dall’intramontabile romanticismo che racchiude in sé la città di Parigi, ha creato in questo brano una sorta di rievocazione dei sentimenti, visti sotto una luce contemporanea, scegliendo come pièce appunto questa capitale, col suo fascino notturno, e le sue contraddizioni che si confondono nelle luci sfavillanti dei lampioni parigini.

Con la sua figura streetwear e la sua voce avvolgente Francesca Ber riesce ad emozionarci, invitandoci a visitare questa città e ad aprire il nostro cuore ad essa.

Una cantante matura e capace di esaltare i testi delle canzoni che interpreta, e a crearne tanti altri ai quali non si può restare indifferenti.

Sfuggente ma anche gentile, malinconica e romantica, questi alcuni degli aspetti del suo estro artistico che rendono le sue canzoni e in particolar modo questa “La nuit parfaite“, una travolgente melodia da ascoltare ai piedi della Tour Eiffel.

Vi consiglio di andare a visitare il link qui sotto:

Au revoir à la prochaine mes amis !!! 🙂

Sei Boho-chic o Bohémien?

20141113_184246_Richtone(HDR)Oggi questo stile sembra essere molto vicino all’animo di noi ragazze, spiriti liberi, travellers agguerrite, che seguiamo “stili” di vita non convenzionali.

Il termine boho deriverebbe da bohème e bohémien, entrambi termini francesi, di cui il primo fa riferimento ad un modo di vivere scapestrato e misero, proprio di un espiantato, il secondo termine si riferisce al soggetto, quindi individuo che pratica questo “stile” di vita. Il termine francese bohémien venne usato per la prima volta nel XIX secolo, per descrivere il lifestyle non convenzionale degli intellettuali, come artisti, scrittori, musicisti e attori emarginati dalle società in cui vivevano, resi secondari e se non accessori della vita sociale di ogni giorno. Quest’ultimi non erano nient’altro che l’avanzo di un meccanismo velocizzato dalle prime industrie e dalle prime macchine che automatizzavano la vita umana.

Il termine bohémien nacque in Francia, allorquando gli intellettuali resi insignificanti dalla società, trovavano rifugio e ispirazione nei ghetti e bassi fondi, quartieri malfamati delle varie capitali europee. Questi quartieri minori, erano alloro volta rifugio di gitani, zingari di nome e di fatto che si mescolavano tra le parole poetiche e dissertazioni filosofiche di tanti intellettuali. A causa di una credenza popolare, in Francia si pensava che tutti coloro che fossero nomadi, senza dimora, appunto zingari provenissero dalla Boemia, regione dell’attuale Repubblica Ceca.

Fu così che si iniziò ad utilizzare per cui il termine bohémien per descrivere tutto ciò che fosse in contraddizione con le regole della quotidianità sociale, i cosiddetti “scapigliati“, anticonformisti. Una piccola parentesi, gli scapigliati erano un gruppo di intellettuali, artisti e letterati che svilupparono il movimento della “Scapigliatura” nel nord Italia, questo negli anni sessanta del 1800. Il termine “scapigliati” si impose nel corso del tempo, divenendo libera traduzione del termine francese “bohémien” per distinguere coloro i quali conducessero una vita disordinata, sregolata, dalle sfumature eccessive fuori di chiave dalla realtà delle classi emergenti.

Gli “scapigliati” o “bohémiens” avevano dentro di sé animi scalpitanti una ribellione rigorosa nei confronti di una società legata al passato e ad una cultura tradizionale, disprezzando le norme morali e le convinzioni correnti, andando in contrasto con l’attuale, di cui vi avevo già parlato; essi si fanno portavoci di una coscienza dualista: da un lato la ricerca dell’ideale, dall’altra la cruda realtà, l’eterno e la morte, un po’ come diceva Baudelaire e i romantici: Hoffmann, Jean Paul, Heinrich Heine.

Questi intellettuali vivevano alla giornata, senza chiedersi il domani come sarebbe stato, accontentandosi di poco, proprio perchè la società gli aveva emarginati ritenendoli zingari. Quest’idea che gli intellettuali fossero spazzatura era comune sia agli italiani che ai francesi, e si deve la fama del termine bohémien allo scrittore francese Henri Murger che nella sua raccolta di storie “Scènes de la vie de Bohème” rappresenta quella che è la vita condotta dagli intellettuali dell’epoca, 1845; seguito da Giacomo Puccini con l’opera “La bohème” 1896.

Bohémien quindi è un termine che si discosta totalmente da quella che può essere l’accezione odierna, e cioè di moda, fashion, style. Nel passato questo termine voleva sottolineare la separazione tra scrittore/artista e società, una lacerazione a livello fisico e morale tra individuo e massa, tra sensibilità e realtà, tra arte e industria, tra fantasia, creatività e la rigidezza del calcolo, tra genio, visione e superficialità.

La società dall’ora come adesso, sviliva quegli animi ricchi di profondi sentimenti e si accaniva su di essi e sull’essere differente e originale, cecando prepotente di abbandonarli a sé stessi poiché impaurita dalle geniali capacità di questi intellettuali.

Un atteggiamento quello di questi artisti atto a ribellarsi ad una società vestita da regole e usi obsoleti,sorpassati, nonché a ritrovare una libertà d’espressione nuova, così come una nuova forma di libertà.

Oggi si riconduce al termine bohémien a boho-chic, stile di moda femminile, diffusosi a partire dal 2004, che fonde lo stile hippy, casual ed etnico, in elementi raffinati e “chic“, eleganti e costosi; uno stile che unisce la semplicità allo stravagante e selvaggio, una forma di libertà che oggi trova espressione attraverso abiti e non libri o musica; come per quei poveri intellettuali emarginati e declassati, anche noi ragazze del “futuro” vogliamo ritrovare la nostra libertà, sentirci libere dal sistema sociale entro cui ogni giorno siamo portate a confrontarci, e perché no utilizzando un modo di vestire alternativo alle pagine di giornale.

Quindi, viva lo STYLE BOHO-CHIC !!! 😉

E per concludere vi lascio con una citazione di Baudelaire:

Bisogna sempre essere ubriachi. Tutto qui: è l’unico problema. Per non sentire l’orribile fardello del Tempo che vi spezza la schiena e vi tiene a terra, dovete ubriacarvi senza tregua. Ma di che cosa? Di vino, poesia o di virtù : come vi pare. Ma ubriacatevi. E se talvolta, sui gradini di un palazzo, sull’erba verde di un fosso, nella tetra solitudine della vostra stanza, vi risvegliate perché l’ebbrezza è diminuita o scomparsa, chiedete al vento, alle stelle, agli uccelli, all’orologio, a tutto ciò che fugge, a tutto ciò che geme, a tutto ciò che scorre, a tutto ciò che canta, a tutto ciò che parla, chiedete che ora è; e il vento, le onde, le stelle, gli uccelli, l’orologio, vi risponderanno: “È ora di ubriacarsi! Per non essere gli schiavi martirizzati del Tempo, ubriacatevi, ubriacatevi sempre! Di vino, di poesia o di virtù, come vi pare.

Cit. Charles Baudelaire.

boho chic

Moda o maniera?

moda dell'800 dipintoIl termine moda oggi è utilizzato per racchiudere un mondo complesso fatto di “fashion”, “glamour”, “look”, “trendy”, “chic”, “lifestyle”, “décor”, “smart”, “modish”. Ho reso l’idea? Credo di si.

Il termine deriva dal latino “modus” che significa modo e forma (nella “grammatica”), maniera e regola, genere, ritmo, melodia e quantità, grandezza. Queste sono tutte caratteristiche proprie di ciò che oggi la moda è diventata, ma ne approfondiremo più avanti.

Anche nel passato come oggi, la moda rappresentava l’adeguatezza, ciò che era giusto e opportuno in una determinata situazione e in un determinato luogo. Questo stava a significare che la vita umana era dettata da regole ferree e precise, che alloro volta regolavano il buon gusto e il vestire.

Nei secoli passati, come 700′ e 800′, ma ancor prima, l’abbigliamento per dirla come oggi “alla moda” era prerogativa e privilegio dei soli nobili, e il primo motivo era dovuto al fatto che i tessuti costavano caro prezzo. Per la nobiltà gli abiti erano così preziosi da considerarsi beni testamentari in caso di morte, al contrario per coloro che erano poveri dovevano accontentarsi di indossare pezzi di stoffe tagliate grossolanamente e dai colori cupi, come il grigio.

Nella letteratura italiana si ritiene che il vocabolo “moda” sia stato introdotto dall’Abate Agostino Lampugnani, in un’opera del 1645 “La carrozza da nolo” o anche “Del vestire”; quest’opera, strutturata in forma di racconti, offre un punto di vista assai moderno, mettendo in evidenza i cambiamenti del gusto umano, l’incidenza del progresso scientifico, evocando un’immagine del tutto precorritrice dell’attuale rapporto tra mass media e consumatori. Grazie a quest’opera, e al suo autore anticonformista per quell’epoca, abbiamo testimonianza di come il vestirsi e la moda siano diventate parti integranti della società. La moda è diventata lo scheletro vivente di essa, tramite tre fattori: protezione, ornamento e pudore; elementi intrinsechi di una società regolata dal sistema legislativo, appunto dalle regole.

Nel passato la moda era intesa anche come “costume”, consuetudine, usanza e tradizione, ragion per cui l’abito assunse un ruolo molto importante nella società, un ruolo collettivo, atto a distinguere le varie classi sociali, le mansioni degli ecclesiastici, quelle amministrative e soprattutto militari.

Oggi è consuetudine vestirsi “alla moda” per un apparire esteriore, nei vari contesti socio-culturali. Le varie scelte stilistiche rappresentano il risultato di una parte della società volta a distinguere il suo ceto e la sua posizione lavorativa all’interno di essa. Molti ritrovano sé stessi nell’abito che indossano, racchiudendo il proprio essere nel costume che sfoggiano camminando per le strade di una città, altri ritengono poco importante l’aspetto esteriore e rifugiano in abiti sgualciti e dalle misure comode per nascondere la loro insicurezza e goffaggine. Altri ostentano vestiti come opere d’arte, atteggiandosi a felini assetati di fama e rispetto.

A voi la scelta di cosa essere e di come esserlo!! 😉

Baudelaire e il glamour….

Là tout n’est qu’ordre et beauté, luxe, calme, et volupté.

Cit. Charles Baudelaire ( L’invitation au voyage 1857/61).

Oggi il mio articolo inizia con una citazione estrapolata dall’opera “Fleurs du Mal” , la poesia appunto “L’invitation au voyage”, nella quale Charles Baudelaire, uno dei poeti maledetti, espone le sue riflessioni critiche sul tempo moderno nel presente e nella moda.

Questo poeta/scrittore individuò nella moda, che già si faceva strada nella metà del 1800, l’espressione più autentica del suo presente, del suo secolo e della sua gente. Vi consiglio di leggere “Le Peintre de la vie Moderne”, per capire di cosa stiamo parlando.

La moda come la vita quotidiana, si manifestava agli occhi di Baudelaire come traccia, simbolo, qualcosa di effimero e oscuro, per rimandare all’articolo precedente. Il cosiddetto “glamour” una patina di seduzione, una polvere che si sprigionava dal Bello, un bello del tutto fuggente e labile, che si riscontrava nell’arte. Baudelaire lo definì “la metà dell’arte”.

Lo scrittore guardava alla società mutevole con occhio cinico e critico, manche appassionato, tanto da essere affascinato dai cambiamenti della moda e da ciò che proponeva l’arte contemporanea. Descriveva il suo sguardo critico e suggeriva di guardare alla realtà nella sua unicità e irriducibilità, la modernità.

Avevamo detto che Baudelaire definisce il “bello” la metà dell’arte, questo perché il bello stesso costituisce una caratteristica dell’essere umano o di un’opera d’arte effimera e passeggera, e ve lo sottolineo poiché anche oggi tutto ciò che viene definito bello racchiude in sé una consapevolezza temporanea legata alla moda del momento, a ciò che di moda è nel preciso istante in cui noi definiamo bello qualcosa, e quel qualcosa un giorno, il secolo successivo, la stagione seguente, non lo sarà più o perderà il suo “glamour”.

L’altra metà dell’arte di cui Baudelaire parla, è l’eterno, il duraturo che si nasconde nel moderno, nella società presente, l’immutabile che è intrinseco a ciò che fa parte della nostra società, della nostra arte contemporanea.

Il bello assume la caratteristica di eterno e immutabile quando la modernità, ciò che siamo stati fino a ieri, acquista il diritto di diventare vecchio, sorpassato, antico. Ma per diventare eterno, occorre estrarne fuori la bellezza misteriosa ed effimera che non è nient’altro che l’essere, la società, la vita umana.

Oggi il mondo della moda risulta essere mutevole, mille volte in più del periodo di Baudelaire, la distanza tra una collezione e l’altra rappresenta un libro datato dalle pagine ingiallite dal quale attingervi solo alcune nozioni che resteranno eterne poiché superate, vetuste.

Ciò che risulta essere “glamour”, ne converrete con me, è quindi tutto ciò che di attuale c’è. L’attualità diventa punto d’incontro tra istantaneità ed eternità, nel momento in cui il transitorio e l’incerto glamour vengono trasfigurati nell’eterno attraverso fotografia, cinema, blogs, riviste, Photoshop.

Il bello è fatto per cui si da un elemento eterno, ma anche occasionale, che allo stesso tempo rappresenta la moda.

E non credo esista nessun tipo di bellezza dove i due elementi non siano contenuti e coesistino.

Grazie Baudelaire!! 😉

Glamour…….é?

 

Glamour article[1]Ben pochi sapranno, o pochi se ne sono davvero interessati, il vero significato della parola inglese “glamour”.

Il termine inglese appunto “glamour” deriverebbe dal latino “Grammatica”, che già nei tempi più antichi faceva riferimento a quella scienza che studiava gli elementi costituitivi di una lingua.

Poiché la conoscenza corretta di una lingua era il frutto di studi fatti dai soli dotti, eruditi, qualsivoglia chiamare o “élite” per dirla alla francese, il resto della popolazione, gente incolta, guardava quest’ultimi come coloro che custodivano qualcosa di oscuro e misterioso e che a loro, gente comune, non era lasciato conoscere.

Per questo “il grammatico”, soleva dire persona colta e “la grammatica” libro di lingua latina che si contrapponeva al volgare parlato dal resto del popolo nel Medio Evo. In entrambi i casi, i due termini rimandavano a qualcosa di ostico, difficile da comprendere, quindi oscuro. Per cui la cosiddetta “grammatica” divenne un libro dai segni incomprensibili, segreti e pure inesplicabili, avvicinandosi al termine francese “grimoire” libro di stregoneria.

Il termine francese “grimoire” passò in Scozia mutando in “glamer” , che significava incantesimo, quindi “glamour”.

Si deve l’introduzione nella letteratura del termine “glamour” allo scrittore Walter Scott che nel 1830 lo utilizza per descrivere il colore locale della sua gente, di qui il termine inizia ad assumere un significato positivo come: fascino, charme, eleganza, sensualità, stregare.

Si era detto però che nel Medio Evo e successivamente, il termine aveva avuto una connotazione negativa, poiché faceva riferimento al mondo magico e oscuro, agli incantesimi e alla negromanzia. Ora col passare degli anni e secoli, il termine “glamour” sottolineò sempre di più il buon gusto, l’eleganza, la sensualità, tutte caratteristiche rivolte al sesso femminile, al fascino di una bella ragazza che con la sua eleganza e sensualità era capace di ammaliare e stregare un uomo.

Approssimativamente il termine “glamour” acquistò un secolo dopo Walter Scott il significato di charme che possiede una persona (la donna) fino a rappresentare la moda e ciò che di moda è.

Il cinema americano è colui che diffonderà il concetto di “glamour” portando in scena nei suoi film eleganza, sensualità, stile, bellezza e fascino grazie anche ad attrici come Audrey Hepburn, Grace Kelly, Ingrid Bergman, Greta Garbo. A mio avviso il MUST del concetto “glamour” sarà sempre Audrey Hepburn.

Oggi questo termine continua a conservare quel tocco di magia che porta con sé dal passato, basti pensare che quando ci fermiamo d’innanzi ad una vetrina ad osservare un abito né restiamo ammaliati, affascinati e incantati, come se ci avessero fatto… un incantesimo??. Ebbene si, inoltre maggiore è la cifra del cartellino li presente al fianco del miracolo, e più che ne siamo estasiati.

Ma glamour non è solo moda, un bel vestito, ma qualcosa di ricercato, di inusuale, difficile da afferrare, qualcosa che sia fuori dall’ordinario, che colpisce e colpisca chi ci sta di fronte, che parli di noi, del nostro carattere, come l’audacia di camminare a testa alta in una società insignificante, di riuscire a brillare di più di mille diamanti, di sedurre ciò a cui siamo interessate, di recuperare quella femminilità che questa società ci ha tolte, di ribellarci ai look mascolini e gretti, di sognare una metamorfosi che si traduca nel reale, come per incanto.

 

 

 

 

Vestirsi con questo tempo pazzo!

Oggi è stata una giornata mutevole, dal sole alla pioggia, raffiche di vento, l’ideale è vestirsi a strati, ma per essere sempre “glam” vi propongo una camicetta in seta floreale sulle tonalità del marrone e rosa antico, una shirt su di essa a maniche lunghe, il tutto con jeans – leggins di un azzurro sbiadito, stivali marron glacé, e il gioco è fatto!